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TIMESPACETIME

Time seems to be within us...                        



Contemporary art exhibition Künstlerhaus Vienna 2008


On the occasion of the 140 year anniversary of the Künstlerhaus Vienna an exhibition shall be staged on Space and Time. The topic of the exhibition shall not be a review of history but a vivid presentation of positions in contemporary art. The PRESENT shall be addressed! Time is not thinkable without Space and vice versa. The discourses with the phenomenon of Time are to be sensually perceptible and may demand time and space from the viewer.

The exhibition shall bring together various positions of the visual arts on the topic of Time and Space. All art practices are eligible.

Tessendo un elogio della lentezza, Koopmann si affida a tutta la forza evocativa e alla pratica dell’asciugamento verbale. Cerca l’esattezza di un linguaggio essenziale, lasciando che siano tutte le sfumature del colore bianco a dipanare la forma nella sequenza delle immagini.

Il suo sguardo da biologo si sofferma su microeventi che accadono nel tempo: l’effetto della caduta di pioggia su un lastricato zuppo d’acqua, il passaggio di una lumaca sullo specchio di un pavimento bagnato, la tartaruga che ritorna alla sua naturale postura dopo esser stata messa con il carapace a terra, un gregge visto in lontananza, il vento che sommuove un cipresso, il passaggio di bovini indiani in riva al mare, le onde nella risacca.

Tutto è svolto come in un bagliore onirico, in uno spazio della memoria, in una visione fortemente sacrale. La sacralità del bianco, dunque, per indurre lo spettatore a maturare una pratica della visione dentro il grande salto delle cose essenziali. Koopmann apre al non dicibile, insegue con la lentezza il bagliore di una dimensione dentro cui brulicano sempre rinnovate “albedo”.

Ci troviamo d’innanzi a una moderna “opera al bianco” di tradizione sapienziale. Si entra nello spazio ineffabile percorso da scialbi di sottili spostamenti, per cogliere le innumerevoli variabili delle bianchezze tonali. Siamo indotti a un candore dello sguardo, a individuare le tracce lasciate nella quarta dimensione di vie lattee, segni su filmati di biacca, chiaroscuri sopra superfici di calce, bassorilievi in movimento su bianchi marmi preziosi.

La forza della bianchezza ha un’anima di luce che continua a pulsare a loop, un cuore d’ossido di zinco, una struttura ossea di gesso fluido, un corpo di carbonato basico, lacrime di ghiacci d’alta quota.

In “Why are you running so fast”, la lumaca, che trapassa da un lato all’altro del video, è come una visione costituita da polvere di marmo di Carrara: lascia una scia di sali, disseminando bianchezze nella terra della vita reale. Il titolo ha una radice da ossimoro. Punta l’attenzione sul valore profondo insito nell’antico motto: festina lente. La lumaca e la tartaruga divengono simboli di una condizione di privilegio, in un tempo storico dominato dalla velocità e dalla fretta. Affrettarsi con lentezza è una possibilità per entrare in una visione da teofania. Chi si sofferma sulle cose - con il tempo giusto e con cognizione di causa – ha la possibilità di cogliere il mistero del flusso e dell’imprendibilità nelle accelerazioni dell’esistenza. In “Can you manage on your own”, la prassi dell’istinto e l’approccio volitivo permettano alla tartaruga di ritornare alla sua naturale e personale visione della vita. Il recupero della propria posizione è una sottile metafora che apre a innumerevoli interpretazioni e chiavi di lettura. Ma, alla fine, è altrettanto seducente lo spazio vuoto (un prato di bianco), il “ciò che rimane”, lasciato dall’uscita di scena della tartaruga.

“Holy cattle and the sea” è contemporaneamente sia una visione mistica di natura orientale sia un sogno di un evento reale virato al bianco, come se fossimo dentro a un respiro sacrale dettato dal tempo e dal ritmo delle onde e dallo scorrere delle vacche sacre. Ma pare anche un’ulteriore meditazione, in chiave molto personale, sulle metafore espresse da Kentridge in “Tide Table”, dove i bovini rapportati con il mare sono considerati simboli contemporaneamente del sogno del faraone interpretato da Giuseppe, del “Toro” condizionato dalle alte e basse maree dell’Economia mondiale, e di coloro che sono stati sacrificati (appunto come un toro sacrificale) in nome di rivoluzioni e di scelte politiche. Ma nella visione di Koopmann spicca una dimensione visionaria, una sorta di scansione da mantra, immagini derivate come da un flusso proveniente dai rovelli di veglie nelle notti non dormite in nome di una ricerca profonda nelle fessure dell’esistenza.

Il bianco scelto dal nostro artista contiene ogni altro colore, ma sa che deve sporcarsi attraverso la vita per potersi sposare a quell’ombra che dà rilievo a ogni contorno, altrimenti invisibile nell’abbaglio dei biancori.


Mauro Zanchi